Sapienza studentesca

tratto da il manifesto del 16/11/2008

Libertà è partecipazione», cantava Giorgio Gaber. Che sarebbe stato fiero
nel vedere quant’è libera quest’Onda. Anomala e concreta, incazzata e
pacifica, spensierata e partecipata. Che riesce a portare in piazza oltre
duecentomila tra studenti medi, universitari e ricercatori, farli sfilare
festosi per le strade di Roma, arrivare fino a Montecitorio, gridare tutto
il dissenso contro una legge, la 133, «taglia futuro», per poi ritornare
nel proprio habitat naturale, l’università, a ragionare sui contenuti.


«Autoriforma» è la parola all’ordine del giorno. L’obiettivo principe della
due giorni d’assemblea romana, che si conclude oggi, è quello di elaborare
una serie di proposte per riformare davvero il sistema universitario
italiano. Una «costituente», la chiamano gli studenti. Perché nessuno vuole
difendere lo status quo – che è fatto di precariato, di logiche baronali,
di una formazione sempre più spizzicata e superficiale – ma tutti vogliono
poter dire la loro. Tutti. Da Palermo a Bolzano. Almeno in tremila sono
rimasti a Roma dopo la manifestazione di venerdì.

E la mattina dopo si arrotolano i materassini e i sacchi a pelo. Qualcuno
si stiracchia, si sgranchisce la schiena per la notte insonne passata su
una panca di legno all’« Hotel Sapienza». Così è stata ribattezza
l’università capitolina dai fuorisede fermatisi per il weekend.
Organizzazione alla buona, ci si attrezza come si può. Lo spazio non manca,
sono le comodità a scarseggiare. Le camerate sono le quattro facoltà
occupate, equamente divise più o meno per area geografica o per corso di
laurea di appartenenza. Fisica brulica di studenti milanesi insieme ad un
primo blocco di napoletani. Il secondo è a Scienze politiche e divide il
pavimento con chi è arrivato dal nord-est, da Verona, Padova, Venezia,
Udine. Qualcuno si stringe a Geologia. E poi c’è Lettere, la più grande e
quindi la più ospitale, con corridoi più lunghi e spaziosi per contenere
coperte e vettovaglie di bolognesi, torinesi, cagliaritani, palermitani,
foggiani, baresi, impossibile elencarli tutti.Qui in settecento dormono
anche larghi e non si lamentano. Non sarà così la mattina, in fila davanti
agli unici sei bagni a disposizione. «Ma chissenefrega, mica siamo venuti
per fare una gita», dicono.

E infatti qui si lavora. Ma prima dell’avvio dei workshop l’adunata dietro
il rettorato. Rigorosamente all’aperto, troppa gente per essere chiusi
nella quattromura di un aula, pur Magna che sia. Amplificazione extra così
tutti possono sentire. Finalmente si comincia: «Il movimento che tutti
stiamo vivendo e che abbiamo contribuito a generare è un movimento
straordinario ». A Tania, studentessa di Filosofia, l’onore di aprire la
plenaria con queste parole. Ascoltate e condivise da «un movimento che non
accetta rappresentanza». Un movimento, prosegue la studentessa, «che guarda
al cambiamento e che sa che il cambiamento non è delegabile, va agito da
subito, nel pieno delle forme di autoorganizzazione e nel conflitto. Un
movimento che ha saputo esprimere in modo chiaro e inequivocabile il suo
antifascismo, respingendo le provocazioni del Blocco Studentesco nei
cortei. Non solo: un movimento che partendo dalla propria specificità è in
grado di parlare alla società tutta, allargando i temi della mobilitazione
e che insieme è in grado di sperimentare nuove forme di organizzazione,
superando anche qualsiasi forma di rappresentanza interna al movimento
stesso».

Autoriforma, dunque. Che non è, dicono, «una semplice carta di intenti, né
tantomeno un tentativo di burocratizzare l’irrappresentabilità del
movimento. L’autoriforma è invece l’apertura di un processo che già vive
nelle pratiche del movimento, è un passaggio di consolidamento delle forme
di autorganizzazione e un rilancio degli elementi del conflitto». Il
microfono passa dimano inmano. «Siamo il primofronte di opposizione sociale
al governo Berlusconi senza di noi non si sarebbe mosso niente, se ci
fermiamo la protesta nel Paese non andrà avanti, bisogna allargare e
generalizzare lo sciopero», dice tra gli applausi un ricercatore precario.
C’è perfino chi è arrivato direttamente dalla Germania per portare la
solidarietà e il saluto degli universitari di Berlino, Monaco, «dove anche
lì la protesta sta crescendo». È invece terminata la protesta a Catania, da
parte degli universitari che da ieri occupavano il rettorato
dell’università per denunciare la «linea politica del rettore e del senato
accademico, che non hanno espresso contrarietà alla trasformazione degli
atenei in fondazioni». Tra loro non c’eraMarco Trovato, studente catanese
all’ultimo anno di Fisica, perché a Roma in assemblea. E c’è un po’ di
rammarico per uno come lui che da più di un mese sta cercando di portare
l’Onda fin sotto l’Etna e coinvolgere più ragazzi possibile alle
mobilitazioni. «Un’impresa a Catania – dice – dove l’arretratezza
culturale, anche tra i giovani, è l’ostacolo più grande da combattere». Ma
un po’ di soddisfazioni Marco se l’è tolte lo stesso. Con l’occupazione
della facoltà di Fisica, fatto storico, mai accaduto prima. «Qualcosa si è
mosso anche da noi, ed è grazie soprattutto all’eco di questo straordinario
movimento studentesco». Effetto Onda: anomala e coinvolgente.

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